
Il santuario indigeno di Area delle Fate fu scoperto dagli archeologi dell’Università della Calabria nel 2012. L’area del santuario è stata frequentata ininterrottamente a partire dalla Prima età del Ferro (VIII secolo a.C.) fino alla fine del III secolo a.C. Durante le campagne di scavo condotte nel sito sono stati messi in luce i resti di un edificio sacro a pianta rettangolare, costruito con grandi blocchi parallelepipedi, databile al V secolo a.C. Lo scavo ha restituito numerosi vasi ceramici, anche miniaturistici, sia di produzione indigena sia importati dalla Grecia, tra cui numerose forme ceramiche corinzie, coppe ioniche e una bellissima lekythos di produzione attica. Le statuette in terracotta raffiguranti una divinità femminile in trono si datano tra il V e il III secolo, così da dimostrare una continuità d’uso dell’edificio sacro monumentale per almeno tre secoli fino alla distruzione e all’abbandono del santuario, da mettere probabilmente in connessione con le vicende della seconda guerra punica e la presenza di Annibale nel Bruzio.
Allo stato attuale delle conoscenze il periodo protostorico non appare ancora ben definito, mentre a partire dal VII secolo a.C. la destinazione del sito ad area sacra dedicata ad una divinità femminile appare accertata da una serie di oggetti tipici delle stipi votive: contenitori di unguenti di fabbrica corinzia; gioielli e ornamenti personali femminili in oro, come un anello con castone a losanga e un frammento di lamina decorata a sbalzo di un diadema; in argento, come uno spillone e braccialetti a spirale con decorazioni di filo saldato ad onde; in bronzo, come fibule, pendenti e vaghi di collane. I gioielli in argento, sottoposti ad analisi archeometriche, hanno dimostrato l’uso del minerale estratto nelle antiche cave di Longobucco già a partire dal VI secolo a.C.
Nell’area del santuario sono state rinvenute numerose monete in argento da attribuire alle zecche delle più importanti città della Magna Grecia, tra cui monete incuse di Crotone e di Metaponto, successive alla distruzione di Sibari avvenuta nel 510 a.C. La presenza delle monete crotoniati e metapontine, ma anche di Posidonia e Laos, indica l’ampiezza delle relazioni che, una volta distrutta Sibari, si incanalavano lungo la valle del Crati, la più importante via naturale per raggiungere il territorio indigeno dell’interno.
Al santuario di Area delle Fate va attribuita anche la statuetta in bronzo raffigurante una figura femminile che tiene con la mano destra un fiore, ritrovata negli anni Quaranta del secolo scorso nel fondo del burrone che delimita la soprastante area cultuale. La statuetta, databile tra la fine del VI e l’inizio del V secolo a.C., è di produzione magnogreca, probabilmente di influsso crotoniate.
Le forme del culto che si praticavano nell’area sacra di Rose sembrano essere sostanzialmente omogenee a quelle praticate anche negli altri santuari calabresi coevi, con offerte alla divinità che si depositavano e rimanevano all’interno dell’area sacra. Oggetto del culto, a giudicare dalla tipologia delle offerte, sembra essere stata una divinità femminile, frequentata quasi esclusivamente da donne per garantire la protezione della fecondità naturale, animale ed umana.
Questo santuario, per la natura e la qualità degli oggetti che ha restituito, può essere assegnato alla categoria dei santuari “di frontiera”, luogo di incontro tra i Greci della costa e gli Indigeni dell’interno.
Per chi volesse approfondire suggeriamo di scaricare il seguente file pdf.
Di seguito una galleria fotografica realizzata da Lenin Bentrovato.







